Sono un architetto. O meglio, sono laureato in architettura e mi sono specializzato in comunicazione.
Nonostante oggi mi occupi d’altro, ciò che ho imparato attraverso lo studio dell’architettura mi è sempre stato utile. L’architettura mi ha insegnato ad avere una mente aperta, a ragionare e lavorare per progetti. Un modo di pensare che mi è stato utile in tutte le mie esperienze professionali.
Anche per questo motivo, nel mio ultimo romanzo, Luci e Ombre in Città, ho voluto inserire la figura dell’architetto Urbano Stucchi. Un po’ per affetto verso la professione, un po’ per ricordare a me stesso da dove arrivo.
Stucchi è una meravigliosa iperbole, una figura surreale e visionaria. Con i suoi tic e le sue manie interpreta alla perfezione, nel mio immaginario, alcune caratteristiche dell’architetto, naturalmente esasperate e osservate attraverso quel filtro di ironia che accompagna tutta la narrazione.
Un’ironia affettuosa, perché in fondo, in qualche suo atteggiamento, finisco per riconoscermi anch’io.
Da Luci e Ombre in Città, capitolo 6 - “Urbano Stucchi, l’architetto delle imperfezioni”.
«Col tempo, il suo tic all’occhio destro era diventato celebre in tutta la Città.
Un piccolo sussulto, rapido. Quando era agitato, il tic accelerava, fino alla frequenza del battito d’ali di una falena impazzita. Quando si concentrava, invece, rallentava, ma non spariva mai del tutto. Era il segnalibro vivente del suo pensiero.
Le storie sulle origini di quel tic erano numerose.
Secondo la versione più diffusa, derivava dalla notte in cui aveva tentato di ridisegnare la mappa dell’intera Città nel suo studio. Chino sul tecnigrafo, lavorava alla luce incerta di una lampadina da tavolo che faceva contatto a intermittenza, spezzando il flusso luminoso in continue alternanze di luce e ombra.
Un’altra teoria parlava di un giorno d’estate, durante l’inaugurazione di un ponte pedonale che aveva progettato. Sul più bello, un piccione – «una creatura dalle traiettorie moralmente discutibili», diceva lui – gli aveva lanciato un messaggio dall’alto, centrando perfettamente il suo occhio destro.
Qualunque fosse la verità, il tic era diventato parte del personaggio.
Un architetto senza tic, dicevano in Taverna, sarebbe stato come una torre senza fondamenta.»
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