Perché continuo a tornare nella Città

Pubblicato il 15 settembre 2026 alle ore 09:01

Ci sono autori che, a ogni libro, cambiano ambientazione. Io, invece, continuo a tornare nella mia Città.

Non perché mi manchino le idee. Semmai accade il contrario. È la Città che continua a suggerirmele.

Quando ho scritto Taverna Poesia pensavo di aver raccontato tutto quello che avevo da dire su quel luogo immaginario affacciato sul mare. Achille aveva trovato la sua voce, Osvaldo continuava a servire birra e poesie improbabili, Spino inseguiva le sue invenzioni e la Taverna restava lì, con la lanterna accesa sopra la porta.

Poi, a poco a poco, mi sono accorto che la Città non aveva smesso di vivere.

Succede una cosa curiosa quando si passa molto tempo nello stesso luogo, anche se esiste soltanto nella propria immaginazione. Si cominciano a vedere dettagli che prima erano rimasti sullo sfondo. Una strada porta da qualche parte. Una finestra appartiene a qualcuno. Un personaggio che sembrava di passaggio chiede spazio. E, senza quasi accorgersene, ci si ritrova a fare una domanda semplice: «Che cosa sarà successo dopo?»

È anche da questa domanda che nasce il mio ultimo romanzo.

Luci e Ombre in Città non l’ho scritto per aggiungere un secondo capitolo a Taverna Poesia. L’ho scritto perché la Città aveva ancora qualcosa da raccontare.

Mi piace pensare che i luoghi immaginari assomiglino un po’ a quelli reali: cambiano lentamente. Aprono una nuova bottega, chiudono una finestra, compare un volto nuovo nella Piazzetta. Chi ci vive sembra continuare la propria vita anche quando il lettore ha chiuso il libro.

Forse è proprio questo che cerco quando torno a scrivere di questo mondo.

In fondo, la Città non è mai stata soltanto lo sfondo delle mie storie. È il luogo dove i personaggi si incontrano, discutono, si sbagliano, ridono, aspettano. È il posto dove anch’io, ogni volta che mi accingo a scrivere, torno a sedermi.

Spero che, leggendo queste pagine o i romanzi che nasceranno da qui, possa capitare anche a te la stessa cosa.

Non tanto visitare un luogo immaginario.

Ma avere la sensazione di tornare in un posto che, in qualche modo, conosci già.