Dell’Orologio che tornò indietro, et del tempo che udì lo scongiuro del Popolo

Pubblicato il 16 aprile 2026 alle ore 16:56

Anno Domini MCDLXXXVI, al tempo della Luna delle Stirpi

Alla mattina del quinto giorno del mese, l’Orologio della Torre Civica – che da decenni scandiva le ore con rassicurante regolarità – fermò le sue lancette, poi cominciò a muoversi a ritroso, scandendo le ore già trascorse, ma in ordine invertito.

Chi passeggiava nella Piazzetta la trovò in pieno fervore, benché l’assenza di sole testimoniasse un’ora tarda. Le botteghe riapparvero chiuse, le osterie si svuotarono come se il distillato tornasse nella botte; le donne che avevano lavato le tovaglie videro i panni asciutti bagnarsi di nuovo; i bambini che avevan corso si ritrovarono immobili, fissando il vuoto con occhi attoniti.

In molti si raccolsero davanti alla Torre, per chiedere spiegazioni: “Perché torniamo indietro? Quale inganno orologiero è questo?” gridavano con voce aspra. Ma nessuna risposta venne, solo il ticchettare rovesciato che pareva risucchiar l’aria e i respiri.

Il Canonico Stizzito, chiamato a gran voce, tentò di far benedire la Torre, ma la voce tremava, e le parole non bastarono. Alcuni cittadini, al contrario, pregarono che il tempo restasse così: “Oh, donaci ore in più, ore da vivere ancora, ore da correggere”, implorarono.

Dopo tre ore, contate al contrario, l’Orologio cessò, tornò fermo, e le lancette ripartirono – questa volta in avanti – con un ticchettio greve e stanco. La Città, sospesa in un silenzio stranito, si guardò attorno, come se si svegliasse da sogno.

Il cronista Bartolomeo Delle Macchie descrisse l’accaduto come “una danza del tempo, guidata da mani invisibili, che ha torto la ruota del mondo per farci assaporare l’eternità in un solo sorso.”

E la morale che in molti raccolsero fu semplice: il tempo è compagno crudele e generoso, e quando gioca a ritroso, si impartiscono lezioni che nessuna clessidra può misurare.