Del Mercante che vendé il vento, et delle fate offerte ai curiosi

Pubblicato il 4 febbraio 2026 alle ore 16:59

Anno Domini MCDLXXXIX, al tempo della Luna delle Foglie Secche

In un mercato di mezzogiorno, vicino all’arco dell’Antico Porto, si fermò un mercante straniero, vestito di velluto verde e con occhi come draghi sornioni. Il suo banco era vuoto, tranne un piccolo tino di rame e un cartello che recitava soltanto: “Vendo vento.”

I passanti, tra lo scetticismo e la satira, si radunarono, ridendo: “Vento? E per cosa serve? A dire barzellette ai tetti?” Ma il mercante invitò uno dopo l’altro a stendere le mani sul tino. Quando lo fecero, una brezza lieve – calda e profumata – carezzò le dita, portando con sé note d’erba in fiore e profumi lontani di pini e di mare.

Un’anima arida pianse lacrime di sollievo; un vecchio soldato rivide, in quell’aroma, l’eco delle sue campagne lontane; una fanciulla tremò, sognando danze nelle foreste oscure. Il mercante rise, raccolse qualche moneta e se ne partì, lasciando dietro di sé un sussurro: “Vento per l’anima, prezzo secondo il cuore.”

Il Canonico Stizzito, informato, scosse la testa: “Vendere vento è come vendere illusioni, vuote come i calici di chi spera troppa felicità da un sorso.” Ma la gente parlava piano, quasi con reverenza: “Quel vento ha sapore di ricordo.”

Al tramonto, il tino era vuoto, e nessuno seppe dire dove fosse andato il mercante. Rimasero solo i ricordi, di odori, sospiri, nostalgia. E la consapevolezza che, a volte, basta aria buona per scuoter l’anima addormentata della Città.