Del libro che scrisse da sé, et delle lettere che fuggirono via

Pubblicato il 14 gennaio 2026 alle ore 10:08

Anno Domini MCDLI, al tempo della Luna Piena d’Inverno

In una sera gelida, nella bottega dello scriptorio avvenne ciò che nessun maestro calligrafo avrebbe osato sperar né temer: un tomo, fin lì vuoto, si mise a scrivere da sé.

Il legno scricchiolò, l’aria profumò di pergamena nuova, e penne – senza mano – tracciarono parole sulle pagine candide. Chi accorse alla finestra vide lettere danzare come falene, e strofe che nascevano, vive. Lo scriptorio, gremito di cittadini increduli, trattenne il fiato mentre spuntavano racconti di amori perduti, di briganti redenti, di alberi antichi e di città invisibili.

Un giovane apprendista, con voce rotta, lesse ad alta voce: “Chi cerca verità nei riflessi, trova menzogna. Chi cerca la propria ombra, perde il proprio nome.” Quando l’ultima parola fu tracciata, il libro chiuse le sue pagine con un tonfo sordo, e la penna cadde.

Intervenne il Canonico Stizzito, levandosi in mezzo alla folla: “È empietà! Un tomo che scrive da sé è segno dell’opera del Diavolo, che vuol sedur le anime con false promesse.” Ma alcuni, inteneriti, bagnarono dita nei calici, recitando un brindisi a favore della “parola libera”.

Il maestro scriptorio, Messer Agnolo Pennello, dichiarò che non aveva mai visto cosa simile; propose che il libro fosse custodito come reliquia, e che le sue pagine fossero lette solo da occhi fidati. Ma molti, presi da curiosità oscura, vollero spostarlo nella piazza, affinché tutti potessero legger.

Alla fine, si decise che fosse posto sottochiave, dietro tre serrature, e la bottega serrata. Tutti tornarono alle case, portando con sé un brivido – il pensiero che le parole, una volta scritte da mano umana, potessero divenire autonome, libere come uccelli notturni.

Così il libro tornò silente, ma il ricordo della sua voce parve restar scolpito nell’anima della Città.

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